A Mosca, solo andata

· Edizioni Mondadori
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Um þessa rafbók

Negli ultimi anni della sua vita, Paolo Robotti, cognato di Togliatti e gelido inquisitore stalinista all'epoca delle «purghe», aveva chiesto al partito il placet per la pubblicazione delle sue memorie. Si proponeva infatti, con tardivo pentimento, di «riabilitare» tutti i compagni scomparsi nell'inferno dei gulag, quei giovani comunisti italiani (l'età media era di 20-25 anni) che, accorsi in Unione Sovietica per contribuire all'edificazione del primo Stato socialista, finirono stritolati in quella orrenda «macchina di morte». Ma non ebbe il placet. («Robotti ha scritto un bel libro» disse Pajetta. «Dovrebbero leggerlo tutti i compagni della Direzione del Partito ... E basta.») In seguito uscirono altri libri, diari o memoriali di sopravvissuti, ma il pci, finché è esistito, non ha mai preso una posizione ufficiale nei confronti di queste vittime innocenti, dimostrando, quanto meno, una colpevole indifferenza per la loro memoria.
Arrigo Petacco ricostruisce la storia dell'«emigrazione politica» dei comunisti italiani riparati in Unione Sovietica dopo l'avvento del fascismo: attraverso grandi e piccole vicende umane, tratteggia l'atmosfera irrespirabile del Club degli emigrati di Mosca, una sorta di dopolavoro dove le riunioni si erano trasformate in processi inquisitori. Rivela come le schede compilate e inviate dal pci, in cui venivano elencati gli «errori » politici commessi e poi corretti, si fossero rivelate delle denunce che ponevano gli sventurati alla mercé degli inquisitori di Stalin. Descrive il clima ambiguo e inquietante del Lux, l'albergo dove alloggiavano i compagni «dirigenti» e dove l'acqua scorreva nei lavandini anche la notte per confondere le «cimici» nel caso qualcuno parlasse nel sonno. E, non ultimo, la misera sorte di tanti bambini - i «figli del partito» - rimasti senza genitori e spediti negli istituti organizzati dal Comintern per forgiare gli «uomini nuovi». La vita di tanti italiani si concluse drammaticamente con la fucilazione o la deportazione nel gulag. Gli emigrati che chiesero l'«onore» della cittadinanza sovietica furono i più sfortunati, perché persero ogni diritto, mentre a coloro che rimasero italiani andò un po' meglio: qualcuno tornò a casa, sia pure a prezzo del silenzio.
A Mosca, solo andata racconta, in tutta la sua drammaticità, le vicende di questi giovani illusi, cercando di gettare nuova luce su una storia di cui si è cercato troppo a lungo di cancellare la memoria.

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